Perché

A me piace leggere, scrivere e correre. Ultimamente riesco a scrivere solo racconti o considerazioni legate alla corsa. E cerco di scovare racconti o romanzi legati in qualche modo alla corsa. E, appena posso, corro. Speriamo non sia grave.

martedì 20 marzo 2012

Maratona fallita: una lezione (e elaborazione di un lutto)

Prima di partire per Roma avevo elencato i tre obbiettivi principali
- arrivare sano
- fare un tempo migliore
- conoscere di più Roma

Avevo commesso un errore logico: arrivare e essere sano sono due obbiettivi separati.

Posso essere confortato di essere sano (a parte un dolore a un legamento del ginocchio destro che però è sparito con una notte di riposo). Q
uesto è l’obbiettivo principale, la "conditio sine qua non".
Poi il secondo obbiettivo: arrivare. L’ho miseramente fallito. Di conseguenza pure il terzo (migliorare) è andato a quel paese. Anche Roma l'ho rivista parzialmente: mi sono perso tutta la parte finale in centro...

Quindi, questa maratona (la mia quarta) per me è stata un disastro. Vorrei però elaborare il lutto in modo che una debacle si trasformi in una lezione per me.

Prima i fatti.

Innanzitutto, fin dai primi chilometri ho avvertito una stanchezza, una inadeguatezza. Nessun malessere specifico, nessun dolore.
Per me è abituale arrivare verso l’ottavo-decimo chilometro e sentire come una sorta di rinfrancamento, un “ora sì che prima no” e da lì comincio a correre con maggiore scioltezza. Stavolta però non ho avvertito questo rinfrancamento. Anzi verso il 13km ho cominciato a avere un desiderio: quello di non dover più correre, di essere in albergo, di aver già finito.
Stupore. Poi mi rendo conto che non ho mangiato niente, ed è più di un’ora che corro.
Lo so che dopo 12-15 chilometri, anche a seconda dell’intensità della gara o dell’allenamento, sono puntualmente assalito da foschi pensieri. Non si cura con la psicologia, basta la biologia e la chimica: un po’ di zuccheri e via!
Sorbisco un mezzo gel.
Dopo un paio di chilometri il cielo è più chiaro. Meno male, penso, ma devo fare attenzione a  mangiare regolarmente e in sintonia con i ristori dove posso bere. Come ho fatto a distrarmi?
Passano un altro paio di chilometri e mi rendo conto che faccio fatica a stare dietro a Giovanni.

Non pensare, mi rassicura lui, e stammi dietro.
Obbedisco anche se è un po’ presto per aver bisogno di questi stratagemmi.
Non ce la faccio, perdo terreno. Mi arrendo all'evidenza che sto rallentando. A questo punto mi concentro a arrivare alla mezza e avere la conferma che comunque non sto andando male. Effettivamente sono nei tempi ma sto faticando e ora non vedo più Giovanni. La cosa mi incupisce e mi preoccupa.
Improvvisamente un tizio con un palloncino arancione mi ha affiancato e mi sta superando. Poco dopo ecco un altro pace maker delle 3.45 (il mio obbiettivo) che mi sorpassa, stavolta con tutti e tre i palloncini arancioni. Dopo qualche altro minuto una voce alle mie spalle mi canzona bonariamente: è Lucio, avevo letto che sarebbe stato uno dei pace-maker delle 3.45. Mi incoraggia, cerco di agganciarmi a lui ma inesorabilmente perdo terreno e non ho la forza di resistere.
Al 25km, all’ennesimo canto di sirena che mi suggerisce di fermarmi, acconsento, spengo il motore e esco dal tracciato.


Quando ho raccontato quanto mi è accaduto agli amici runner ho ricevuto comprensione e consolazione. C'è chi ha chiesto se non mi ero allenato troppo, chi troppo poco, chi se mi ero riposato bene, chi ha indicato lo stress dei cambiamenti ambientali (trasferta, cibi diversi, letto diverso: era la mia prima trasferta...), chi semplicemente ha ipotizzato una "giornata storta".

Può essere tutto vero, tutte le ipotesi avanzate possono essere state concause. Però io sono convinto di aver commesso un errore sopra a tutti.

La mia strategia, tutti i miei pensieri (soprattutto la sera prima di addormentarmi, che pensare alla corsa mi rilassa e mi concilia il sonno) erano rivolti a cosa avrei dovuto fronteggiare dal trentesimo chilometro in poi, per fare meglio delle scorse volte.
Quasi come se al trentesimo chilometri ci potessi arrivare in autobus, e la gara sarebbe cominciata a quel punto. A conferma di questa sottovalutazione, mi sono pure scordato di mangiare quando sapevo che avrei dovuto farlo. Ho peccato di presunzione, anche se ovviamente è stata presunzione inconsapevole.

Sono arrabbiato e dispiaciuto. Non solo per me ma anche nei confronti dei compagni di corsa e di avventura. Nei loro confronti mi sembra di aver commesso una vigliaccheria, un tradimento: loro se li sono fatti tutti quei 42 chilometri soffrendo ben più di me, e io invece me ne sono tornato in albergo (lasciamo perdere il fatto che è stata un’odissea e su questo scriverò a parte).


Avrei potuto ascoltare Luigi o Guido e ripartire con loro quando mi hanno raggiunto fermo di lato. Ma ormai avevo già spento ed ero arrabbiato ma quasi contento di non correre più (sono dolci le sirene!).  Forse ho peccato anche di orgoglio: piuttosto che riprendere e finire malamente ho preferito smettere e evitare un "brutto tempo". Può darsi, è come quando uno distrugge un castello di sabbia a metà perché ha capito che sta venendo su male e preferisce semmai ricominciare da capo. Orgoglio? Perfezionismo? Ma forse è stata semplicemente l'idea di soffrire (e sempre di più, quello lo sapevo) per altri 17-18km, dopo aver cominciato a soffrire troppo presto. 

La morale? 

Non esiste un dopo senza un prima, una vetta senza una base, e tutte le volte bisogna mettersi con calma e ripartire daccapo, dal livello di difficoltà minore per poi arrivare a quello di difficoltà maggiore, puoi solo fare con più scioltezza i livelli inferiori, ma saltarli mai, e se sbagli hai perso. Quindi correre sempre chilometro dopo chilometro.
Lezione di maratona, ma ci vuole ben poca perspicacia per scorgerci una sana lezione di vita.



E ora? Ora si ricomincia. Daccapo.

2 commenti:

  1. Vigliaccheria... tradimento... a pensarci bene anch'io ho provato seppur "di striscio" queste sensazioni quando alle 23.00 di ieri un SMS mi aggiornava sul tuo ritiro. e
    Chissà perché, in fondo siamo due podisti profondamente diversi, tu maniaco di precisione in cerca di risultati e di riscontri, io improvvisatore totale: metti le scarpe e vediamo che succede.
    Eppure...eppure tutti e due accomunati dal medesimo destino, scivolare in basso e dover ricominciare l'arrampicata.
    Anch'io come tu ben sai, dal 2010 mi son dovuto fermare tre volte, di cui due son dovuto andare "ai ferri" e adesso mi ritrovo di nuovo a dover aggrappare quello che prima veniva con scioltezza.
    Aldilà delle differenze delle situazioni, mi pare di vedere anche un fattore comune in questa lezione di vita che il podismo ci da.
    Non è che, schiavi del cronometro, allucinati dalle altrui virtù, tentiamo di bruciare le tappe, dimenticandoci di quanto a volte sia bello viaggiare a "velocità presidenziale" e goderci soltanto il viaggio?

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  2. corrinuotatore21 marzo 2012 08:35

    saggio nightfly. Marco ricorda che è solo un'occasione che hai se così vogliamo dire perduta. Ce ne saranno molte altre e tu farai sicuramente meglio, perchè hai fatto un'importante esperienza. Riposati rinfrancati rasserenati e ricomincia passo passo con l'amore per questo meraviglioso sport preoccupandoti meno del crono e più delle tue sensazioni (che dovrebbero essere buone nei limiti del possibile). Il corrinuotatore

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