Perché

A me piace leggere, scrivere e correre. Ultimamente riesco a scrivere solo racconti o considerazioni legate alla corsa. E cerco di scovare racconti o romanzi legati in qualche modo alla corsa. E, appena posso, corro. Speriamo non sia grave.

Visualizzazione post con etichetta Psicologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Psicologia. Mostra tutti i post

martedì 29 marzo 2016

Grazie a una coda di cavallo e a un nerobarbuto ho ripreso a scrivere (di corsa): lector docet.


Qualche tempo fa un'affezionata e attenta lettrice mi fece notare che ultimamente non scrivevo più, almeno di corsa. 

Io non obbiettai e l'attenta lettrice proseguì nella sua analisi: "forse perché non corri o corri meno o corri con meno interesse". 
La prima reazione fu quella di negare, non c'entra niente, non è vero, sto correndo. Però mi controllai, e mentre sorridevo cercando una risposta spiazzante, in pochi secondi mi è ripassata davanti tutta la mia formazione, il compianto maestro (anche se lui non lo ha ovviamente mai saputo) Umberto Eco, quando più di vent'anni fa decisi di leggere tutti i suoi saggi capendone una frazione minima, bastò però a farmi capire che è il lettore a avere sempre ragione e che l'autore una volta resa pubblica la sua opera ha perso ogni diritto che non fosse già nelle parole scritte (per chiudere la parentesi, se proprio dovessi consigliare un solo libro, suggerirei Lector in fabula, sebbene piuttosto tecnico), le mie fissazioni sul fatto che dell'autore reale non ci deve interessare alcunché ma solo di quanto leggiamo. Ed eccomi là, autore reale, di fronte a un lettore. Colto non da umiltà ma da fastidio risposi: "Sì e no. Sì, può darsi che tu abbia ragione (l'orgoglio mi impediva di darle pienamente ragione): in seguito a vari piccoli infortuni ho corso meno in questo periodo e senz'altro con minore soddisfazione e quindi, forse, con minore ispirazione per la scrittura. No perché ho comunque corso regolarmente: forse ho scritto meno di corsa ma avuto modo di scribacchiare di altri argomenti."
Detto ciò restava comunque il fatto che negli ultimi mesi ho scritto davvero poco sulla corsa. 
E questa breve discussione, in tutto due frasi (la lettrice non ha potuto visualizzare tutta la digressione interiore che mi aveva incautamente causato), mi era quasi sfuggita di mente. Se non fosse che oggi, lunedì dell'angelo, dopo varie ore di guida, un pranzo frugale, un riposino iniziato per caso e prolungatosi per due ore, avendo poco tempo prima di cena ho deciso di fare una quindicina di chilometri in agilità, per mettere alla prova i vari miei pezzi (soprattutto piedi e caviglie) ancora sotto osservazione.
Sono partito con allegria e convinzione: mi sono accorto solo dopo circa un chilometro che non mi era neppure venuto in mente di prendermi le cuffiette per distrarmi con la musica: non avevo alcun bisogno di distrarmi, volevo proprio correre e sentire me stesso.
Dopo sette chilometri stavo reggendo bene ma iniziava una fase rischiosa: in questo periodo riesco a correre a ritmo sostenuto solo per tratte brevi: otto, dieci chilometri, oltre non si sa, quindi ero a rischio "flessione", quando mi sorpassa, lentamente ma inesorabilmente, una giovane ragazza, a occhio poco più che ventenne, sobriamente vestita,  che mostrava un passo molto disinvolto e una coda di cavallo che ondeggiava ritmicamente un passo a destra e uno a sinistra. Ça va sans dire che ho cercato di resistere e, una volta lasciatole qualche metro di vantaggio, ho forzato per mantenere la distanza con un minimo di onore, sia pur ferito, quasi ipnotizzato da quella coda di cavallo (alcuni miei lettori, di sesso maschile, a questo punto avranno già un sorriso ebete e penseranno di ben interpretare queste ultime parole come un'ironica metafora: ebbene no, stavolta i lettori si sono sbagliati, ipotizzando che l'autore teorico, nonché quello reale, fossero attratti da ben altra parte, non foss'altro che per la semplice ragione, nel testo lasciata in ombra, che la giovane ancorché atletica non era particolarmente ben formata nella sua parte posteriore. L'autore reale si scusa con le lettrici ma, purtroppo, è la verità. Tornando alla corsa: ho retto abbastanza bene finché dopo circa un chilometro la fanciulla ha rallentato e invertito il senso di marcia. Io sono sfilato senza neanche guardarla, ho solo pensato: e adesso me la devo cavare da solo e mi mancano ancora sette chilometri.
Mi sono distratto facendo un po' di conti su fino a dove sarei dovuto arrivare per poter poi rientrare a casa completando precisamente i miei quindici chilometri in modo da evitare di dover allungare alla fine quando sarei stato stanco e quindi soggetto a cedimenti psicologici che poi avrei rimpianto. Verso il dodicesimo chilometro cominciavo a sentire le gambe appesantite e l'oscurità che seguiva il tramonto si adattava al mio stato d'animo: tutta l'allegria e la convinzione erano incredibilmente evaporati. Quando si immette alla mia sinistra un uomo magro, barbuto e di nero vestito che sembra avere un buon passo oltre che il giusto physique du rôle: lo affianco e gli chiedo: "Ti posso fare compagnia per un po'? sono stanco". Lui accetta di buon grado e aumenta pure l'andatura per aiutarmi a tenere il passo che stavo invece rallentando: abbiamo chiacchierato per circa un chilometro e mezzo a una velocità ben superiore a quella mia allegra iniziale tanto che l'ho salutato ben volentieri per far rotta verso casa, rallentando ma sia pur sempre mantenendo un passo decente.
Ho finito il mio allenamento improvvisato molto soddisfatto e grato per la disponibiltà e l'aiuto che tra runner non ci neghiamo, anzi ci doniamo con gioia. Consciamente: il nerobarbuto, inconsciamente: la giovane dalla coda di cavallo. Ma tant'è: ho corso bene e con ispirazione ed eccomi qui!
Aveva ragione la lettrice. Come al solito.
    

domenica 14 giugno 2015

Pacco, doppio pacco e contropaccotto (non ci sono più i nipoti di una volta)

Partiamo dall’inizio e dai mezzi di comunicazione che come vedremo hanno giocato un ruolo non secondario in questa piccola ma curiosa vicenda.

A inizio anno Filippo espresse il proposito di partecipare alla sua prima maratona in autunno e mi chiese una mano nel prepararla. Entusiasta e quasi paternamente (ziisticamente non mi pare che esista) commosso dalla richiesta accettai e anzi proposi di partire da una mezzamaratona in primavera (e anche quella sarebbe stata la sua “prima volta”) a cui poi sarebbe seguita la maratona in autunno. Anche Ema aderì immediatamente (fatto salvo il diritto al ringambo, di cui si merita il titolo di maestro emerito, del quale vedremo alcuni risvolti nella vicenda di cui prima o poi arriverò a parlare). A quel punto formai un gruppo in Whatsapp, “Correre in Famiglia”, che sarebbe stato il canale di comunicazione per fissare ritrovi, scambiare programmi, condividere pensieri e considerazioni. Anche questo particolare è pertinente.
La mezzamaratona primaverile è stata portata a termine ma, come molti di coloro che corrono abitualmente possono immaginare con facilità, gli infortuni hanno frastagliato gli allenamenti, a rotazione, dei vari membri del gruppo, e oggi sarebbe stata la prima occasione, da quasi due mesi, per correre nuovamente tutti e tre insieme.
Per aumentare le variabili in gioco, si era aggiunto Gigi di ritorno da una vacanza in Giappone e che, nonostante bronchite, aerosol e antibiotici, era disponibile a qualunque corsa avessimo programmato.
Quindi da tre o quattro giorni avevo cominciato a programmare questa uscita comunicando con gli uni e con l’altro tramite Whatsapp: scambi di gruppo con Ema e Filippo e individuali con Gigi. Altro dettaglio da tenere a mente.
Mentre Filippo aveva imposto la domenica mattina ma era incerto sull’orario, Ema aveva cominciato a frapporre non meglio identificati impedimenti, ma dicendosi disponibile, nel caso in cui avesse potuto, ad aggregarsi dove e quando avessimo fissato. L’arte del rimgambo: non potevi rinfacciargli che rinunciava dato che in principio lui non aveva rinunciato, anzi aveva espresso tutta l’intenzione di partecipare, purché gli impegni  glielo avessero consentito. Se poi non lo avessimo visto, ce lo aveva detto! Su quali fossero poi questi impegni, si era mantenuto sul vago ma alla fine aveva buttato lì che il problema consisteva nel fatto che sabato sera avrebbe fatto “ultra-tardi” che per un padre di figli pre-adolescenti difficilmente può voler dire le sei di mattina, ma quell’”ultra” lasciava un’alea di pretesa commiserazione che non potevi, per cortesia, mettere in dubbio. Un maestro, come avevo anticipato.
Alla fine si era addivenuti a una soluzione condivisa: domenica mattina alle 9.00 davanti alla facoltà di Agraria alle Cascine.
Casualmente sabato sera, complice il saggio di canto di Elena e la successiva pizza di gruppo a cui avevo di buon grado acconsentito, sono andato a letto tardi e, forse a causa di difficoltà digestive acuitesi con l’età, ho spento la luce dando un occhio alla sveglia: le due e mezzo!, domattina quando suonerà alle otto proverò un dolore atroce.
Così è stato e, mentre preparo la colazione, accendo lo smartphone e vedo un messaggio di Filippo che, a mezzanotte e quaranta, sul gruppo di Whatsapp annunciava di essere ancora da amici e di non farcela, ringambando. Resto senza parole, butto lì che non avevo letto il messaggio ieri sera anche se – senza passarmi neanche per un attimo l’idea di ringambare, a me! – mi ero addormentato dopo le due e mezzo.
Ema si inserisce: “Sono già alle cascine muoviti!”
“Devo fare colazione”, rispondo subito, poi guardo l’ora: sono le 8.35, Ema manco veniva, mi sta prendendo in giro:
“A te non ti parlo” e chiudo lì.
Visto il rincoglionimento oggettivo e sapendo che Gigi voleva partire più tardi possibile, gli mando subito un messaggio spiegando la situazione e concordo un posticipo di mezz’ora: 9.30 ma partendo da casa mia anziché da Agraria più comodo per entrambi.
Durante la nostra oretta di corsa, dopo il racconto del suo viaggio in Giappone, gli ho infine riassunto quanto sopra: non c’è più religione, ma ti rendi conto questi nipoti di oggi, non hanno più spirito di sacrificio, nessun senso deontologico, ti giuro che neanche avevo preso in considerazione la possibilità di rinunciare perché ieri sera alle due e mezzo non mi ero ancora addormentato, e loro...
“Marcoooo!”
Mi giro verso il triangolo di prato tra la scuola di Agraria e l’ippodromo, dove gruppi di peruviani stavano già approntando i tavoli e le cucine da campo per il pranzo domenicale.
“Marcooo!” grida ancora un tizio tarchiato con la maglietta bianca che mi saluta con la mano.
Con Gigi ci fermiamo:
“Chi sei?” urlo di rimando
Poi alle sue spalle vedo un tizio con un cesto di capelli che mi saluta: Ema!
“Fava!” dico mentre deviamo verso di lui.
Cos’era successo? Si era svegliato inaspettatamente presto e, per farci una sorpresa (dopo il "pacco" voleva farci il "doppio pacco"), era venuto all’appuntamento senza dire niente. Quando aveva visto lo scambio si era inserito per farmi che capire che lui c’era. Aveva interpretato la mia risposta nel senso che, dovendo io fare colazione, avrei un po’ tardato e ci aveva aspettato fino alle 9.30. Dopodiché aveva fatto un giro verso ponte vecchio ipotizzando che ci fossimo mancanti e che probabilmente avremmo fatto un giro sui lungarni, con la speranza di incrociarci in qualche punto.
Il caso ha voluto che avesse parcheggiato lì e ci avesse visto mentre beveva un integratore. Quindi incontrare ci siamo incontrati ma in pratica alla fine della rispettiva corsa.

La morale?
Almeno duplice:
Uno. I nipoti di oggigiorno supereranno gli zii (e già lo hanno fatto) ma gli zii continueranno a scuotere la testa e a sostenere che non ci sono più i nipoti di una volta.
Due. La comunicazione: se invece di usare la tecnologia sopraffina affidandosi a messaggi forzatamente ridotti e malinterpretabili, fossimo ricorsi a una impegnativa ancorché vetusta ma semplice telefonata forse sarebbe stato meno buffo ma avremmo corso tutti insieme.

Ma forse è giusto così, i nipoti fanno i nipoti, gli zii fanno gli zii, ci si perde e ci si ritrova con lo smartphone come (da quasi vent’anni) con gli sms e (prima ancora) con il telefono fisso.


La mia vera morale? Raccontare storielle e, possibilmente, riderne. Ma senza perderci (e prenderci) sul serio.


Epilogo (dopo le morali di coda)
Io e Gigi trotterelliamo via sul prato passando tra i tavoli già allestiti per il pranzo:
"Ciao Marco!"
"Ciao!" mi giro e sorrido al giovane ristoratore peruviano dalla voce possente.


giovedì 9 ottobre 2014

La pubblicità fa male (ri-correre... senza morale)

Vi sarà capitato di incappare in una pubblicità della Asics in televisione (una pubblicità su canali nazionali indirizzata ai runners: fantascienza solo pochi anni fa). Se non vi è capitato fateci caso, è carina: lei, giovane e bella esce per un allenamento in città, urban running si dice ora, e corre, corre a perdifiato, oltrepassa ponti, sale, scende e corre sempre spedita con postura plastica, da pensare: che bello correre, che bel gesto atletico, poi prova a rivederti anche solo riflesso in una vetrina e l’effetto è tutto un altro... Terminato l’allenamento un po’ di stretching appoggiata al muro, in una tranquilla viuzza, da una porticina fuoriesce lui, giovane e bello, la faccia pulita, lo sguardo innocente. La vede e si butta: “Dove vai a correre?”. Lei con un’increspatura di incertezza: “Al parco?” Lui: “Posso venire con te?”. “Certo” fa lei e con felice e malcelata rassegnazione, e riparte con lui, non ancora il suo Lui ma si capisce che galeotta sarà la corsa. Lo slogan: Run & run. Grazie Asics.
Questo il prologo che ho dovuto anteporre al racconto perché stava nella mia mente da qualche parte e, visto che ha giocato un ruolo forse determinate in quel che segue, dovevo essere sicuro che il lettore potesse averlo anche lui immagazzinato da qualche parte nella sua memoria.

Trasferta di lavoro. Città sul mare del nord. Due colleghi con cui ho già trascorso ieri sera una cena molto piacevole propongono di cenare insieme anche stasera. Accetto volentieri ma, premetto, voglio andare a correre. Loro però vogliono cenare presto: alle sette e un quarto passano a prendermi in hotel, io faccio due conti e scatto: taxi, hotel, cambio rapido, almeno 45’ ci stanno, speravo di più ma mi posso adattare, 15’ per doccia e rivestirmi: ce la posso fare.
Alla fine scopro che sono stato troppo ottimista e devo restringere ulteriormente l’uscita: aumentando il ritmo e limitandomi a poco più di otto chilometri riesco comunque a compicciare qualcosa di sensato.
Alle 19.25 sto finendo di vestirmi quando squilla il telefono: è David, non riescono a trovare un taxi, in città il maltempo ha cresto il finimondo, restano in hotel, niente cena.
Resto interdetto e doppiamente insoddisfatto: è inutilmente presto per andare a cena, era stata una loro idea, e ho fatto un allenamento troppo breve e neppure così veloce: d’altronde il vento, la pioggia e il lungomare reso sporco dalla sabbia portata dal vento del mare del nord non avevano facilitato la performance.
E Chiara? Lei sta nel mio albergo, magari è tornata e verrebbe a cena. La chiamo:
“Sto uscendo”, annuncia soddisfatta.
“?”
“Vado a correre finalmente!”
“Ah... io ci sono appena andato... ma quanto corri? Se non stai fuori troppo posso aspettarti”
Negoziazione tra runners ma Chiara è una ragazza decisa: dieci chilometri con sovrappiù di due di riscaldamento ha detto di fare e tanto farà.
“Vabbè, niente, faccio io, me ne andrò a piedi verso il centro per trovare un ristorante decente”. Lei mi spiega la strada più breve, ci metterò quindici venti minuti, la saluto.
La richiamo: “Ma stai in palestra o corri fuori?”
“Pensavo fuori, sembra che non piova adesso”
“No, perché mi è venuta in mente un’idea idiota... mi rivesto e vengo a correre con te!”
“Sì dai così mi aiuti a tenere il passo!”
“Cinque minuti alla reception”
Per farvela breve ho corso altri nove chilometri abbondanti, inclusivi di riscaldamento, nel  buio contro vento e pioggia e in pure in maniche corte (l’unica maglia a manica lunga che avevo era ancora fradicia, i pantaloncini li avevo messi casualmente su un calorifero e si erano asciugati). Non me la sono sentita di fare lo sborone e di reggere tutti i suoi dodici chilometri: un doppio allenamento di venti chilometri intramezzati da pausa di venti minuti (con doccia) mi è sembrato fuori luogo per un martedì qualunque. A parte il chilometraggio ho fatto un allenamento assurdo: niente riscaldamento, otto chilomentri veloci, due chilometri lenti e sette chilometri a passo tranquillo.
La morale?
La chiedo a voi.
Tira più...
Vooolgari!
No, io avevo pensato una morale più delicata: la pubblicità fa male, e nel video dovrebbero scrivere da qualche parte in caratteri minuscoli: “Attenzione: le attività mostrate sono eseguite da personale opportunamente addestrato e non sono assolutamente da imitare, se non previa certificazione medica e sotto la guida di un allenatore preparato. La corsa può nuocere gravemente alla salute”.
Oppure: di lui si potrà dire che gli ha nuociuto non tanto il correre quanto il ri-correre.
Oppure nessuna morale, nessun pensiero recondito, ha corso e basta.


Vorrei poter asserire, per rassicurare Elena, che Chiara comunque è brutta e antipatica. Vorrei davvero poterlo fare.

mercoledì 28 maggio 2014

9.1 San Gersolè (Infarto in Fattucchia)

Asfalto e sterrato / saliscendi impegnativo / 13 km (giro) 

Lasciamo per un attimo da parte il titolo con la compiaciuta allitterazione bisillabica, lasciamolo lì come il fucile di Cechov, lo ritroveremo alla fine.

Maggio è il mese... degli iris! Sì... Del primo mare di stagione! Anche... Delle scampagnate! Ecco, sì: delle scampagnate, ma delle scampagnate correndo con gli amici sulle colline. Vabbè ma allora è un mese come gli altri, direte voi. No, la differenza è che, contrariamente al solito, non  abbiamo obbiettivi, né velocità da rispettare, né chilometraggio misurato, tutto è lasciato al piacere della giornata, ognuno ne approfitta condividere con gli altri un percorso che lo ha colpito o che gli è caro per un qualche motivo.

Il percorso ve lo racconterò come avrebbe dovuto essere, senza gli errori che non sono rari in queste scampagnate, anche perché ce li possiamo permettere, ci possiamo anche fermare tutte le volte che vogliamo a vedere i paesaggio e la performance non ne risentirà, quindi si può anche rischiare. E perdere, senza essere sbeffeggiato.

Partendo da Ponte a Ema, nei pressi della grande rotonda vicina all’ingresso dell’autostrada (noi per intendersi avevamo parcheggiato davanti alla Licosa, la cui scritta sul tetto è ben visibile). Tappa di trasferimento fino alle Cascine del Riccio passando dalle Cinque Vie.
Alle Cascine del Riccio si passa il ponticino e si prosegue oltre la Casa del Popolo (senza considerare la contrada che spunta proprio dopo il ponticino). Al bivio con la fontanella si tiene la sinistra (a destra sale e ci porterà a troppo a est): si deve passare sotto l’autostrada, prendendo subito dopo a destra salendo fino a spuntare sulla strada Nuova di Pozzolatico (noi invece prendendo a destra alla fontanella ci siamo spuntati molto più in basso e ci siamo dovuti sorbire il traffico del sabato mattina, incluso il camion della nettezza urbana...). Si continua a salire per poche centinaia di metri fino a che non si legge l’indicazione per S. Gersolè e si prende a sinistra. Un saliscendi riposante ci conduce al punto fisso della gita, sicuramente Emanuele lo conosceva ma non è un luogo abituale, io invece ci ero passato in bici e la volevo rivedere quella frazione, non è neanche un paese, c’è giusto una chiesa e qualche casa, da cui si gode un bel paesaggio su ambo i lati della collina immemori del rumore dell’autostrada poco distante.
Si comincia a scendere verso pian di Grassina ma al primo bivio si prende sulla sinistra verso San Giusto. La strada asfaltata scende un po’ dalla cresta della collina, sono convinto che una strada bianca vicinale, chiusa da un cancello ma con un passaggio per i pedoni, ci avrebbe permesso di mantenerci in quota ma non abbiamo avuto il coraggio di provare stavolta (e se troviamo un cane?...).
Via di Poggiosecco passa dalla chiesetta di San Giusto: sulla collina di fronte a noi, al di là dell’autostrada, distinguiamo la Torre del Gallo, Arcetri e, più a destra, il campanile di Santa Margherita a Montici.
Finiamo su via di Vacciano: scendendo si arriva direttamente alle auto, ma secondo le mie stime non sarebbero neppure tredici chilometri. Salendo si arriva in vetta alla collina cosiddetta di Fattucchia e da lì si prende a sinistra (e non a destra dove indica per Grassina) una strada sterrata che sale e scende su questa specie di altopiano. Dopo neanche un chilometro, in corrispondenza di due grandi cipressi si imbocca un sentiero che scende nettamente fino a via di Campigliano (in realtà l'ascesa e la discesa da Fattucchia l’ho già descritta partendo dal piazzale in "2.1 Fattucchia").
Oramai siamo arrivati: costeggiamo l’Ema (il fiume) verso sinistra, attraversiamo il centro di Ponte a Ema per poi tornare a dove abbiamo lasciato le auto.

Questa la scampagnata e il compagno della mattinata era Ema, detto anche “Mille scuse” dagli amici di Grassina.
Che devono essere assai maligni, i suoi amici.
In questo giro ha, nell’ordine: chiesto, fermandosi, indicazione, alle Cascine del Riccio a un ragazzo che conosceva (in quel caso a ragione perché avevamo chiaramente sbagliato strada), facilitato, fermandosi, il passaggio della auto che lo superavano in salita sulla via di Pozzolatico, attraversato, camminando, la strada per prendere il bivio per San Gersolè, domandato, fermandosi, a un un tizio che parlava al cellulare indicazioni per san giusto.
Quando palesemente non c’era alcuna scusa ha confessato con aria tra il complice e il sacrosanto: “devo recuperare”.

Arrivati al bivio, di fronte al dilemma se scendere alle macchine (sorriso sollevato) oppure affrontare l’ennesima salita (siamo già a tredici chilometri!...) ma come – ho tagliato corto – sei di queste parti, non puoi non conoscerla! e ho proseguito:
“Tanto c’è solo un’ultima salitina, anche se dura”.
“È questa?” fa speranzoso.
“No, questa non te l’avrei neppure chiamata salita, la salita vera comincia dopo la curva e il tornante tra gli alberi.”
In realtà erano due pettate da prima ridotta, però quando ha cominciato a dire “non ce la faccio”, eccomi di nuovo sergente Foley a gridargli “non ti fermare, non camminare, corri pianissimo ma corri”,
Una volta arrivato alla bene e meglio in vetta, non si è smentito: “devo recuperare!”,
“Senti non ti prenderà un infarto, quindi corri!”
Poi, dopo rapido calcolo del rischio: “Guarda se ti prende un infarto è colpa mia, va bene?” Questa gli è piaciuta – questa la puoi anche scrivere - e ha continuato. Poco dopo una discesa troppo impervia lo ha costretto a procedere con cautela. Camminando,...

Un altro problema di quando corriamo insieme è che non riusciamo a correre fianco a fianco. Siamo partiti e lui stava davanti, io di tanto in tanto provavo a dire non era necessario andare forte. I primi km erano in pianura, l’andatura era tranquilla anche se non di tutto riposo. Poi è cominciata la salita, ci siamo immessi (avendo sbagliato, era molto più giù di quello che ho descritto sopra e che avevamo programmato) sulla via Nuova di Pozzolatico: salita costante con discreta pendenza anche se non eccessiva. Peraltro poche settimane prima (“Saluti misti”) mi ero trovato nella situazione opposta: scendevo in bicicletta e ho salutato qualcuno che correva in salita. Ho rivisto lo stesso punto in cui ho salutato il runner e in quei pressi ho incrociato un ciclista che scendeva. L’ho salutato.
Tornando a noi due, abbiamo proseguito la salita e Ema stava ancora davanti a me, non che la cosa mi preoccupasse perché non sapendo cosa mi aspetti io in salita di solito vado “alla stessa fatica” ossia corro facendo la stessa fatica che farei in pianura andando però più veloce. Dopo due o tre volte che gli faccio notare che potrebbe andare più piano, e lui acconsente, “sì, sì, bisogna andare più piano”, gli ho detto: “Guarda che sei sempre due metri avanti a me, delle due l’una: o sei molto più in forma di me, o sei molto più fava.”
“La seconda che hai detto”. Un altro paio di curve senza che la salita accenni a alleggerirsi e vedo davanti a me un filo di fumo bianco...


Tornati infine alle auto mi ha detto “Grazie”. “E di che?” Di avergli intimato di non fermarsi, di essere stato un aguzzino? Elena poi a casa se glielo racconto mi rimproverarà e anche se obbietterò che non è che non ce la facesse davvero, che era solo nella sua testa, che in certi momenti hai bisogno di qualcuno che ti sproni, altrimenti ti fermi e poi a posteriori ti penti e ti dispiace, un dubbio mi assalirà: e se gli fosse preso un infarto in Fattucchia. Ma è solo un attimo. Però: che bella allitterazione. 


mercoledì 14 maggio 2014

Correre in stormo (racconto)

Ci è voluto un anno e mezzo quasi, sedici mesi per l’esattezza, durante i quali almeno una volta a settimana, ma spesso due volte, ho frequentato lo stesso spogliatoio e ho corso nello stesso parco e negli stessi paraggi. Solo buongiorno e arrivederci.
A dire la verità un primo passo avanti l’avevo già fatto durante il periodo di Natale: un giorno in cui nevischiava e c’era nebbia, ricordo che feci anche delle foto che mandai ai miei compagni che nello stesso momento stavano uscendo per correre a Firenze, – per fare  lo smargiasso: tanta neve tanto onore! Quel giorno lì, nello spogliatoio deserto, incontrai solo due dei più assidui, che casualmente arrivarono in tempi diversi, per cui mi trovai da solo a solo prima con uno e al ritorno con l’altro: attaccai discorso non ricordo esattamente su cosa, senz’altro sul tempo. Fatto sta che stabilii un minimo di contatto, anzi due contatti, tanto che la volta dopo, uno di questi mi guardò e, ammiccando agli altri che affollavano lo spogliatoio, mi disse: ma l’altra giorno non c’era così tanta gente!... Orazio invece scoprii che era originario di Scandicci: per uno lontano da Firenze è come un piemontese e un sardo che si incontrano al polo nord: compaesani! Con loro due potevo almeno scambiare due parole nello spogliatoio. È stato proprio Orazio, un paio di settimane fa, a farmi l’onore di invitarmi a correre insieme, era solo e stavamo chiacchierando mentre ci preparavamo: abbastanza ovvio, ma non scontato. Potrei contare quell’evento per sancire la mia entrata in società ma non mi sembra corretto: era sempre una persona o due, mentre per tutti gli altri continuavo a essere uno sconosciuto che correva accanto a loro ma in un universo parallelo. Quante volte li ho sentiti scherzare tra loro, parlare delle imprese del fine settimana, uno di loro ha fatto ben sette volte il trail del Monte Bianco, un altro fa i lunghi da trenta chilometri, senza forzare, a un’andatura a cui io riesco a correre un chilometro: non era facile inserirsi – ingenuo gradasso – in una conversazione.
Stavolta sono arrivato presto, mi sono cambiato e sono uscito mentre tutti arrivavano alla spicciolata. Poi mi sono messo fuori a aspettare che il Garmin agganciasse i satelliti e li ho visti uscire uno alla volta e aspettarsi fino a che il gruppo è partito. Erano cinque. Uno di loro, che non avevo mai visto prima, mi ha pure sbirciato, per capire chi fossi: ero lì ma non correvo con loro e neppure mi salutavano uscendo. Un pària.
Il Garmin non ne voleva sapere di prendere questi benedetti satelliti, intanto erano spariti. Ecco, posso partire. Trotterello verso l’uscita del parco e li vedo sfilare fuori dal cancello: allora sono ancora vicini! Non ho idea di quanto possano andare veloci e se io sarei stato in grado di correre con loro quand’anche mi avessero invitato, cosa che non hanno fatto. Comunque, anche solo come diversivo, decido di seguirli. Sono a un centinaiao di metri, girano a sinistra. Quando anche io arrivo all’angolo, sono sempre alla stessa distanza. A un incrocio taglio leggermente e guadagno una decina di metri. A un semaforo loro rallentano per il rosso, io passo con il verde pieno, sono a una trentina di metri. Controllo: non stiamo andando troppo veloci, potrei tenere la loro andatura. Ma devo raggiungerli senza spomparmi. Guadagno metro dopo metro e all’uscita di un parchetto sono in coda. L’ultimo del gruppo, quello che mi aveva sbirciato in partenza, sorpreso dal rumore di passi alle spalle si sposta leggermente di lato per dare spazio, io mi mantengo dietro. Quando la strada si allarga mi affianco ai due più “anziani” e dico, rivolto al vuoto davanti a me con tono sostenuto:
“Chiedo il permesso di aggregarmi a voi”.
“Permesso accordato”, mi risponde il più alto in grado, anche lui senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte.
Da quel momento sono parte della squadriglia, dello stormo, facendo attenzione a non stare davanti ma neppure sempre e solo dietro, che non pensino che non ce la faccia a tenere il passo, meglio in seconda fila e comunque sempre senza intralciare il cammino degli altri, che continuano a chiacchierare e scherzare tra loro. Io, sia pur silente, sto nel gruppo: ci muoviamo sincroni, ci adattiamo alla situazione modificando la formazione, in fila indiana, appena possibile in fila per due, in uno spiazzo ci apriamo a ventaglio: quattro davanti per chiacchierare meglio e due in retroguardia, nel viale che circonda il laghetto siamo compatti tre e tre, per poi tornare in fila da due quando rientriamo in strada, e rapidi in fila indiana se passa un’auto. Mi sento bene perché mi muovo a tempo con gli altri. Mi accorgo che, senza farlo vedere, ognuno di loro mi osserva di sottecchi, quando gli sto accanto o momentaneamente davanti o dietro. Ma nessuno mi detto niente.
All’ultimo chilometro il più alto in grado si rivolge a me. Che è il più alto in grado l’ho pensato da subito, per come è sicuro senza essere uno sbruffone, per come gli altri gli stanno intorno, in formazione: lui è sempre al centro ma spostato in avanti, guida senza però essere necessariamente il primo. Ha una maglietta di cotone dell’Ikea e un paio di pantaloncini non particolarmente tecnici, non ha bisogno di farsi notare con tenute professionali: natural born leader.
Si scusa per la goliardia del gruppo, a Firenze sarete più seri. È una frase di cortesia buttata lì, poteva chiedermi del tempo e sarebbe stato lo stesso. È l’autorizzazione al livello superiore, la parola, dopo l’apprendistato silenzioso del novizio.
Sono entrato nello stormo.

sabato 3 maggio 2014

PHILIPPINES

Ponte Bailey sotto la Certosa del Galluzzo, un uomo che corre davanti a me. Mi sto avvicinando, io sono in bici. Non ha il fisico del podista, ha un busto largo e le gambe sembrano distanziate tra loro. Mi avvicino ancora e noto che sta correndo con passo spedito e deciso. Dopo il ponte una breve pettata porta al piano della statale, lo sto per raggiungere ma lui aumenta attaccando la salita, lo percepisco nettamente. Intanto l'ho raggiunto e non mi trattengo, ho bisogno di comunicargli che sono con lui, anche se in questo momento sono sotto altre spoglie: “Forza!” gli dico da dietro.
Solo allora, sulla sua maglietta bianca con una manica azzurra e una rossa, leggo alle sue spalle una scritta: PHILIPPINES.
Lui si gira sorpreso e mi sorride. è piuttosto alto e ben piazzato per essere un filippino.
insisto: “Vai forte!?!”
Si sta allenando per la Pistoia-Abetone, mi dice sempre sorridente, l'ha fatta l'anno scorso e vuole migliorare il suo tempo. 
“Complimenti. Continua così, si vede che vai bene!”. 
Lo saluto e proseguo insieme a Matteo verso Firenze.
Tornati alle Cascine, sbattuto le bici in auto, abbiamo fatto un giro per provare per la prima volta cosa significa correre dopo aver pedalato per un'ora, ma non è questo l’aneddoto che vi volevo raccontare. Mentre stiamo per finire i nostri otto chilometri, sento un passo avvicinarsi alle nostre spalle. Ci sorpassa: PHILIPPINES.
“Oh ciao”, gli grido. Lui si gira e ci saluta stupito.
“Ci siamo incontrati poco fa”.
“Ah sì?, - fa lui, - dove?”
“Al Galluzzo” replico, ma dal suo sguardo vuoto capisco che non può riconoscerci: eravamo mascherati con occhiali e caschetto e in più non stavamo correndo.
“Eravamo in bici e ti ho salutato!” 
Gli occhi gli si sono illuminati, ci ha salutato e ha proseguito del suo passo.

Quando ho raccontato questo episodio a Elena mi è uscito: “Una cosa che mi dispiace è non gli ho chiesto il suo nome”.
“E che ti cambia?”
“Niente, però mi avrebbe fatto piacere sapere che ho incrociato George o Pepito, piuttosto che 'uno' con una maglietta con su scritto PHILIPPINES.”


PS: Non è stato difficile scoprire il nome di un filippino che ha corso la Pistoia-Abetone dello scorso anno. Riconosco che non mi ha cambiato molto il sapere il suo nome, anzi me lo voglio scordare: ricorderò il suo sorriso aperto e quel fiero PHILIPPINES sulle sue spalle.

lunedì 28 aprile 2014

Saluti misti

Del saluto tra runners ho già parlato (“Saluti a tutti (sia pure in incognito), anche alle Cascine”) e qualcuno – Beppe, mi pare – si è pure offeso a suo tempo, non ricordo perché però avrà avuto sicuramente una qualche ragione.
Ora però ho osservato un saluto misto che mi ha sorpreso.
Lunedì mattina, Pasquetta, mi aggiravo in incognito per le colline intorno a Firenze: travestito da ciclista stavo scendendo da Pozzolatico verso San Felice a Ema quando ti vedo un runner che se ne viene su con piglio deciso e postura corretta. Lo guardo con curiosità: un gatto osserva immoto un altro felino passargli dappresso, e l'altro allo stesso tempo passa e ricambia lo sguardo e sfila via lento senza paura. Solo che io ero io, ma sotto un caschetto e dietro degli occhiali scuri e avvinghiato a uno strumento inanimato ma movimentato, e quindi di una razza diversa, un gatto che guarda un cane piuttosto che un altro gatto.
Però in quei brevi istanti io ho guardato lui e lui ha guardato me e ci siamo salutati, come ci si saluta tra podisti o (non sono sicuro perché non ho grossa esperienza in merito) tra ciclisti.
Forse mi sorprendo facilmente però secondo me lui se n'è accorto che io lo guardavo con solidarietà, con complicità, anche se io sfrecciavo in discesa su un mezzo vigliaccamente a due ruote e lui faticava in salita su dei piedi che non si possono fermare mai. Insomma che ero anche io un runner, sia pure in incognita.
Comunque sia: un gesto della testa e un sorriso.
Tutto qui.

PS: Un lettore attento avrà notato con cruccio stupito che io stavo pedalando anziché correndo. Complimenti, lettore attento, a te non sfugge nulla. Se tu la sapessi tutta... un indizio: ciaf ciaf...

sabato 8 marzo 2014

Troppo pesante!

Borgo San Iacopo, sabato, quasi mezzogiorno, quasi primavera, c’è il sole. Oltre a fare attenzione a dove poggio il piede a ogni passo, dopo l’infortunio alla caviglia ci sto molto più attento, e ora la stanchezza è tale e tanta che ogni appoggio è un piccolo dolore, devo anche fare attenzione a scansare fiorentini e turisti che sciamano come insetti ebbri di polline.
Laggiù davanti, tra poche decine di metri, c’è il Ponte Vecchio e lì sarà ancora più difficile farsi largo per incunearsi nella corrente, a me trasversale, che va e viene dal ponte. Affronterò il problema quando ci arrivo.
Sì perché oramai sto procedendo lentamente, molto lentamente, mi vergogno ma sono così stravolto che non me ne importa più niente, devo arrivare alla macchina parcheggiata all’inizio di Viale dei Colli, mancano due chilometri, solo due chilometri, roba da dieci minuti. Se fossi fresco ma ho già fatto trentatré chilometri e non è stata una passeggiata, no, non ci siamo proprio, ma non ci voglio pensare: mancano solo due chilometri.
“Troppo pesante!”
Colgo queste due parole nel caos dei miei pensieri, vengono dall’esterno, mi guardo intorno, fantasmi di persone mi sfilano accanto, e poi lo vedo sul marciapiedi alla mia destra, ‘a ore due’ direbbe un pilota di aereo, ma io vado così piano che resta ‘a ore due’ per un tempo infinito. È anziano, una giacca a vento blu scolorito, la barba incolta, la faccia grinzosa e rossastra, sovrappeso, potrebbe essere un barbone ma non sono in grado di discernere. Mi sta guardando, sì è fermato e guarda proprio me che mi trascino pietra dopo pietra.
“Troppo pesante!”
Lo ha detto di nuovo. E lo ha detto proprio a me.
Io cerco di sorridere ma non mi viene nessuna battuta, mi resta il sorriso e dico solo
“Eh sì”
Poi finalmente sono all’altezza di Ponte Vecchio, “permesso, scusate”, con un po’ di fortuna e tempismo taglio la corrente e riesco a infilare il varco tra muro e una bancarella, scartando due persone ferme sul marciapiede.
È vero, sto andando pianissimo, se mi vedessi adesso o se, peggio, mi vedesse qualcuno dei miei amichetti, che figura! Che vergogna! E l’impressione che devo dare è proprio quella di incedere con pesantezza, quasi che io sia troppo pesante. È vero, leggero non lo sono mai stato ma qui la pesantezza è il risultato della stanchezza.
Ma era un vecchiaccio! Ma che voleva? Come si permette, in confronto a lui sono un figurino anche dopo trentatré chilometri, ma vaffanculo!
Un chilometro e sette. Forza! Solo un chilometro e sette.
Che vecchio rincoglionito.

Lascia perdere, un chilometro e sei.

domenica 2 febbraio 2014

Ore dodici: runner a terra!

Don... don... don... Al dodicesimo rintocco delle campane di Santo Spirito, c’era un runner a terra!
La cameriera bruna seduta sulla panca insieme alla collega bionda in via Santo Spirito se l’era appena visto sfrecciare davanti quasi le portava via la sigaretta.
Al ragazzo con lo zaino, uscito prima da scuola saltando l'ultima ora, ha tagliato la strada proprio mentre attraversava con il verde.
La turista americana ha gridato quando l’ha visto sparire giù proprio mentre passava l'autobus.
Quelli che erano ad aspettare alla fermata sull'altro lato della strada davanti alla pasticceria invece l'hanno visto bene, è carambolato a terra poi si è rialzato senza smettere di correre verso il ponte alla Carraia ed è scomparso sul lungarno in direzione del Seminario Maggiore: non si doveva esser fatto poi tanto male.
Il marciapiede è parzialmente occupato da due cameriere sedute a fumare su una panca fuori da una trattoria, è ancora presto per il pranzo. Stanno suonando le campane, deve essere mezzogiorno, sarebbe un'ora e mezza che corro? Sì, ci sta. All'incrocio vedo un po' di traffico, mi insinuo tra una turista e un ragazzino girando a destra per risalire verso l'Arno, improvvisamente mi trovo a incrociare l'autobus arancione che sta andando in direzione opposta, verso via de’ Serragli: tengo la destra, intravedo un tombino bello lucido per la pioggia, il piede destro ci atterra sopra con l'esterno del tallone mentre il piede sinistro è in volo, sento l'appoggio andar via e sono a terra, non ci credo: in posizione fetale sto strisciando sulle lisce lastre di pietra sotto gli occhi dei passanti, appena una parte di me fa attrito comincio a ruotare, ricordandomi di quanto imparato durante gli anni di karate, non oppongo resistenza e, restando in posizione raggruppata, mi lascio ruzzolare finché non mi ritrovo di nuovo con i piedi a terra e mi rimetto ritto continuando a correre, in pratica ho fatto una capriola un po' in tralice. Passo davanti alla fermata dell'autobus e alla pasticceria dove tante volte sono venuto a fare colazione con Elena, mentre corro mi assicuro che il cappellino sia ancora infilato nei pantaloncini, il gomito ha strusciato e frizza un po' ma niente di grave, sento le gambe bagnate e sporche ma non è niente, non ho neppure fermato il cronometro, dopo qualche metro un ronzio mi avverte che è finito il sedicesimo chilometro: poco sopra i cinque minuti, niente male tenuto conto anche della capriola.
La morale: forse dovrei rivedere il mio imperativo categorico: mai fermarsi! Mi è andata bene come al solito ma potrebbe aver ragione Ema a fermarsi ai semafori o a rallentare agli incroci (anche se lui esagera nello zelo): se l'autobus fosse passato pochi secondi dopo e ruzzolando ci fossi finito sotto?

Notazione meno drammatica: quando è bagnato fate attenzione a poggiare il piede sulla pianta e non sul tallone. Se poi potete evitare i tombini è meglio.

PS: meno male che, come ad andare in bici, certe cose non si scordano mai...

domenica 26 gennaio 2014

Il Running Entertrainer (hai letto tutte le erre?)

“Eh, lui sì che corre!” dice Marco indicandomi con un cenno della testa a un collega che non conosco mentre mi incrociano in corridoio.
“Mah, - faccio io imbarazzato, - più che correre faccio l’animatore, l’intrattenitore di quelli che corrono!”
Ci siamo lasciati salutandoci ma il loro sguardo stupito mi ci ha fatto ripensare: questa storia dell’animatore l’ho già tirata fuori un paio di volte, un po’ per uscire dall’imbarazzo, perché rispetto a buona parte dei miei amici e colleghi del gruppo podistico corro più piano e quindi usare lo stesso termine, correre, per tutti, e in particolare per me, mi pare esagerato, d’altra parte ci saranno senz’altro tanti altri a cui non penso che corrono più lentamente di me e quindi è esagerato anche il mio imbarazzo. Però oltre all’imbarazzo c’è dell’altro: tra il blog, i racconti in cui mi lancio durante le uscite collettive, le barzellette, in fondo quello che cerco di fare è di rendermi utile animando il gruppo. Ossia fare un po’ l’animatore.
Dopo il Running Motivator (decantato da un po’ di mesi su ‘Correre’ a colpi di intere paginate, ma che mi lascia assai dubbioso) ecco il ‘Running Entertainer’.
Entertainer... trainer: l’assonanza fa scoccare la scintilla ed ecco il neologismo: ‘entertrainer’ che è, a seconda dell’occasione, un ‘entertaining trainer’, un allenatore che ti intrattiene, o un ‘training entertainer’, un intrattenitore che ti fa allenare.
A pensarci bene però il problema, per essere un valido ‘entertrainer’, è che tu vada al passo con il tuo ‘entertrained’, quindi si può fare in “discesa” ma difficilmente potrò intrattenere qualcuno che corra più veloce di me. E questo, indubbiamente, mi taglia la buona parte del mercato. Peccato ho perso una interessante opportunità lavorativa.

Nonostante ciò continuo a pensarci: cosa fa il ‘Running Entertrainer’?

Prima. Progetta il percorso in base alla distanza da percorrere (tra un’uscita da una decina di chilometri e un lungo da una trentina c’è una bella differenza, e in quest’ultimo caso la difficoltà risiede più nel non ripetersi per non annoiarsi), al tipo di allenamento (piano o collinare, asfalto o sterrato), alla stagione (un bel giro primaverile o autunnale è ben diverso da uno nel freddo e nel gelo di febbraio), alle condizioni meteorologiche (se è prevista pioggia o vento è preferibile un percorso più riparato, come invece d’estate è fondamentale correre su un lato in ombra piuttosto che in pieno sole). La scelta del percorso spesso influenza tutto l’allenamento: se l’idea di andare fino ai Renai angoscia Luigi ancor prima di partire, il suo rendimento ne potrebbe essere impattato. Grande soddisfazione mi ha dato il ringraziamento del mio compagno di corsa dopo un giro che in 18km ci ha portato per ben due volte su e giù per la collina del Piazzale Michelangelo e di Arcetri, salendo e scendendo sempre per una via diversa (e quindi in totale quattro diversi percorsi): i panorami e le atmosfere saranno il ricordo più forte di quell’allenamento. Non va neppure scordata la distanza stessa: può sembrare banale ma se si ha in programma di correre 28km è assai fastidioso completare l’allenamento e ritrovarsi a un chilometro o due dal punto dove abbiamo lasciato l’auto oppure passare davanti alle sirene accosciate sul cofano della propria auto e scoprire che invece ti manca ancora un chilometro per assolvere il compito del giorno. Il buon Running Entertrainer fa in modo che l’allenamento e la logistica siano in perfetta armonia.
Ovviamente, in precedenza si saranno analizzate e confrontate le tabelle di allenamento, con la giusta serietà ma anche leggerezza: sono così tante le variabili in gioco che l’esperienza ci rassicura che anche “sbagliare” un dettaglio non sarà letale.

Durante. Oltre a tenere d’occhio il passo del gruppo, ne approfitta per fare conversazione, ovviamente meno si è e più semplice è intraprendere una discussione approfondita. Già da tre persone si è costretti a argomenti che siano ben accetti a tutta la compagnia, in cui non è detto che vari membri abbiano la stessa confidenza e familiarità gli uni con gli altri. A parte gli usuali temi legati alla corsa stessa, come allenamenti passati, corse future, scarpe acquistate o prospettate, infortuni e aneddoti, si può parlare di tutto: libri da leggere (un bell’esempio: “Via della trincea” scoperto durante un’ascesa a Monte Morello), film da vedere, filosofia (un esempio legato alla corsa è “Running with the pack” che ho illustrato al gruppo salendo alle Cave di Maiano), paesaggi inaspettati (il Giardino delle Rose ben nascosto sotto il Piazzale Michelangelo, stradine del centro mai percorse, un andito di campagna in piena città), digressioni linguistiche (cosa vuol dire “riscontrare” e come si usa? Si può andare a riscontrare in bici qualcuno che sta correndo?) e poi ovviamente le barzellette.

Dopo. Con un racconto orale o scritto (talvolta prima orale e poi scritto) rende un fatto banale un evento epico, istituzionalizza un percorso casuale in un tragitto riconoscibile e ripercorribile in futuro, raccoglie le barzellette più insulse trasfigurandole, una volta associate ai momenti eroici in cui sono state raccontate. Insomma si fa cantore di storie e facitore della Storia.

Però: bello questo mestiere di ‘Running Entertrainer’, certo il bello, o il brutto, è che va fatto di corsa e come dicevo all’inizio lo si può svolgere solo con chi corre veloce come te o più lento. È uno stimolo a allenarsi di più e poter ‘intrattenallenare’ (non malissimo anche se ‘entertraining’ è più bello) una più vasta platea di runners.

Vabbè, diciamocelo: il ‘Running Entertrainer’ non esiste, se però esistesse mi piacerebbe esserlo.

giovedì 23 gennaio 2014

Il gilet di Firenze 2013 non serve a un ca.zo (ma è bellissimo)

L'abbiamo pensato tutti.
È bello, anzi è bellissimo, elegante, rifinito nei dettagli. Il quadrato rosso con il numero 30, a fianco dello stemma Firenze Marathon, vale una decorazione al valore militare. A me ha fatto venire in mente un ricordo di bambino, quando la Fila faceva una serie di abbigliamento da tennis dedicato a Bjorn Borg e, accanto al quadrato con la F di Fila, ci stava un altro quadrato con le lettere "Bj" che a pensarci bene non sono neppure le iniziali ma evocavano immediatamente il grande Bjorn. Ovviamente ero fiero di quel duplice marchio. Ecco forse perché apprezzo ancor di più questo "30".
È comodo, ha due belle tasche, i colori, azzurro e bianco, sono in linea con i precedenti capi, anche se fa a meno del rosso (mi accorgo che sto trascurando la maglietta del 2012, nera e “kiwi”, chiaramente una caduta di stile ma l’hanno appena fatta dimenticare, e io l’ho dimenticata).
È pesante e non è impermeabile.

A che serve?, ci siamo chiesti tutti, quando lo metto?
Se fa freddo metto una maglia tecnica UnderArmour che da sola basta fino agli zero gradi, senza vento.
Se tira vento o pioviscola ci abbino un gilet impermeabile, ne ho di varie tinte: giallo, arancione, azzurro.
Se proprio proprio fa freddo, tira vento e pure piove, ho uno giacchino Kalenji che pare una muta da sub e tiene fino a zero gradi con vento.
E quando lo metto questo gilet che è pesante ma senza maniche?
Per cominciare, non la domenica dopo la maratona, anche se ne ho visti vari a giro che lo mostravano come si sventola uno stendardo dopo una vittoria, ma quella dopo ancora, ho messo una maglia a manica lunga ma molto leggera, in modo da avere le braccia coperte ma addosso ci pensava il gilet.
Il giovedì dopo che faceva abbastanza freddo, ho messo una maglia a manica lunga di una sfumatura inferiore al necessario e ci ho nuovamente abbinato il gilet.
Insomma dalla maratona l'ho indossato almeno (ma in media anche di più) una volta a settimana. Della serie “mai più senza!”.
Domenica scorsa, che onestamente non faceva freddo, ma mi facevano comodo le tasche... e allora l'ho capito che una giustificazione la devo sempre trovare per indossarlo: è la mia coperta di Linus, mi fa sentire al sicuro, io che starei a calcolare lo strato ottimale in base alle condizioni meteorologiche ecco che sopporto pure un po' di caldo pur di trovare una combinazione che lo includa, il gilet della maratona.
La morale (applicabile, per quanto mi riguarda, non solo alla corsa): gli indumenti che razionalmente non rispondono a una necessità specifica diventano spesso i più indossati.

Che sia il “razionalmente” a reggere l’affermazione?  

martedì 26 novembre 2013

Un fatterello (di cosa si parla quando si parla di amicizia?)

Un fatterello avvenuto domenica mattina che mi sono scordato di menzionare nel mio precedente racconto sulla Maratona di Firenze 2013.
Siamo sotto la Torre della Zecca, abbiamo fatto le foto di rito, ci stiamo preparando a recarci a lasciare il sacco con quello che ci servirà al termine.
Fatte le ultime scelte, riposto guanti e cappellino, non fa abbastanza freddo, chiudo il sacco tirando la cordicella rossa e tenendolo così sollevato: mentre l’apertura si serra, circa cinque centimetri più in basso, si apre uno sbrano per tutta la larghezza. Il sacco è chiuso ma una grande bocca aperta mi mostra il suo contenuto.
Non panico ma smarrimento, sì. Fossi stato più preoccupato per la gara avrei potuto interpretare questo evento come un antico aruspice e leggerci un preconio di sventura. Ma le mie aspettative riguardo alla gara sono modeste, il problema resta puramente pratico: come lasciare un sacco aperto sballottato tra centinaia di altri sacchi.
Di fronte a me c’è casualmente Dritan che ha appena finito di appuntarsi il pettorale con i quattro spilli da balia di ordinanza. Lo guardo senza dire nulla, l’immonda bocca aperta del mio sacco parla da sé. Non dice niente neanche lui ma mi prende il sacco e comincia a cercare un modo per fare un nodo al di sotto della breccia. Non sono buono a fare nodi, io, e il sacco è piuttosto rigonfio. Mi presto docile a tenere stretto il collo del sacco e lascio che lui elabori un intricato nodo plurimo. Dopo qualche minuto di silenzio ho in mano un salsicciotto all’apparenza ben sigillato.
Non ricordo di averlo ringraziato, spero di averlo fatto, sicuramente devo averlo ringraziato, ma potrei anche non averlo fatto: in quei momenti la solidarietà, la comunione è tale che aiutare e essere aiutato è tutt’uno senza bisogno di chiedere o di ringraziare.
Ci siamo salutati poco dopo, stringendoci la mano, con una stretta intorno al pollice, di quelle strette alla pari che non possono stritolare le dita, e augurandoci un “in bocca al lupo”.
Un fatterello, ho detto. Niente più.


PS: Giusto per sicurezza: Grazie Dritan!

giovedì 17 ottobre 2013

‘Born to run’ di Christopher McDougall (recensione entusiasta)

Un giornalista afflitto dagli usuali infortuni comuni a tanti runners, passando sconsolato da un fisioterapista a un ortopedico di fama internazionale, finisce in Messico con il pretesto di scrivere un reportage sui Tarahumara, la misteriosa tribù di indios messicani famosi per utilizzare, uomini o donne, giovani o vecchi, la corsa come usuale mezzo di spostamento, percorrendo distanze da ultramaratona su sottili sandali di cuoio.
Il suo punto di partenza è un personaggio altrettanto misterioso e leggendario: Caballo Blanco, un gringo, una sorta di eremita del running, che si è ritirato negli inaccessibili canyon messicani che sono il regno dei Tarahumara e che ha un sogno: organizzare una gara ultratrail che metta a confronto i migliori runner occidentali con gli schivi Tarahumara.
La trama si potrebbe ridurre a queste due ricerche, quella dell’autore e quella di Caballo Blanco, che ovviamente si intersecano e diventano un’unica avventura.
La narrazione principale però si dipana amalgamando innumerevoli digressioni appassionanti: l’analisi di teorie evoluzionistiche (come possa essere considerato evoluto un essere privo di difese e incapace di fuggire rapidamente) confermate da evidenze antropologiche e fisiologiche, o l’esempio di una storia di marketing di successo (quella di un famoso marchio di scarpe da corsa), o i casi di allenatori dalle intuizioni diventate leggendarie.
In sintesi: un racconto avvincente.
Eppoi alla fine mi ha convinto che, sebbene possa sembrare una boutade da fissato, da un punto di vista evoluzionistico siamo davvero nati per correre... ma non voglio convincere nessuno: leggere per credere.
Invece, mentre ne avevo apprezzato varie tesi, non ero riuscito a condividere la teoria sostenuta dal filosofo Mark Rowlands in “Running with the pack” (recensito in “Correrecon il branco”, recensione di un libro che non c’è (ancora)) secondo la quale la corsa è un valore di per sé connaturato con l’essere umano.
Dalla lettura di questo libro, che – ribadisco - non è un manuale ma una sorta di romanzo/reportage, ho tratto anche un giovamento specifico come runner. Mi ha infatti trasmesso la consapevolezza della gioia di correre mentre corro: facendoci caso mi sono reso conto che era vero, riuscivo a essere contento di correre mentre correvo sebbene, ovviamente, stessi faticando. E che non ha senso fare diversamente, ossia correre senza essere felici. E anche qui vi lascio a un’intima riflessione.

Sfortunatamente non mi risulta che sia stato ancora tradotto in italiano e, per di più, l’inglese (americano) utilizzato abbonda di gergalismi che non rendono affatto agevole la lettura. Ciò nonostante resta avvincente. E se regge a un filtro così grossolano che mi ha sicuramente fatto perdere vari vocaboli (anche se il cervello umano è eccezionale nel colmare i vuoti interpolando) vuol dire che dev’essere davvero un bel libro!...

Born to run
Christopher McDougall
Profile Books
2010
------------
AGGIORNAMENTO 22 FEBBRAIO 2014
Finalmente pubblicato in italiano:

Mondadori
Strade Blu Saggi 2014
396 pagine € 17,50
Traduttori: Dario Ferrari


Vuoi leggere altre recensioni? Vai alla Biblioteca del Runner