Perché

A me piace leggere, scrivere e correre. Ultimamente riesco a scrivere solo racconti o considerazioni legate alla corsa. E cerco di scovare racconti o romanzi legati in qualche modo alla corsa. E, appena posso, corro. Speriamo non sia grave.

domenica 6 ottobre 2013

SPQR (Sono Pazzi Questi Runners): Stati mentali del runner fortunato o infortunato


1. Si infortunano sempre gli altri
2. Sono infortunato solo io
3. Si è infortunato tizio? Fascite plantare (o bandelletta o caviglia o...)! Eh, lo so... ci sono passato anche io.

Di solito io mi trovo nel primo stato: quello in cui mi pare normale che si facciano male solo gli altri e io sono fiero di essere, se non in forma smagliante, almeno sano. E sono fiero perché vuol dire che sono stato attento, non ho esagerato, non ho abusato del mio fisico, non mi sono allenato oltre il limite invisibile oltre il quale qualche parte del mio corpo comincia a ribellarsi. E posso dispensare consigli saggi e accorti su come restare sani.

Raramente sono nel secondo stato (Sono infortunato solo io): mentre sono nel primo stato, mi pare ovvio di non infortunarmi mai però, ogni tanto, per una ragione imperscrutabile e soprattutto imprevedibile, mi faccio male. Ora per esempio ho avuto successive distorsioni alla caviglia destra, ma vengo da un’estate felice trascorsa nel primo stato, in cui potevo caracollare per sentieri dolomitici sotto lo sguardo stupito di stambecchi e marmotte, senza storcermi neanche un mignolo. Oddio, però a pensarci bene a aprile scorso dopo la maratona di Parigi mi sono fatto male al polpaccio sinistro e per settimane non riuscivo a correre più di tre o quattro chilometri...
Comunque sia, quando sono infortunato, e solo in quel momento, mi sembra proprio che solo io sia infortunato, e tutti gli altri invece, Luigi, Giovanni, Gianluca, Emanuele e tutti i colleghi, i conoscenti, stanno bene: loro corrono, maledetti. Allora non voglio parlare del mio infortunio e non voglio l’altrui compassione, ma chiunque incontri finisce per chiedermi come va la preparazione e allora io sono costretto a ammettere che sono infortunato e finisco a raccontare con dovizia di particolari cosa mi è successo, quando, come, cosa sto facendo, quando potrò ricominciare a correre... insomma una cosa pietosa.
Quando però – prima o poi – il malanno passa, ecco che mi scordo tutto e torno nel primo stato.

Può accadere semmai che, mentre sono pacificamente nel primo stato, qualcuno mi dica che si è fatto male o si è fatto male un amico o un collega. E può succedere, - e di solito succede perché i problemi muscolari, tendinei o articolari che interessano un runner poi alla fine sono limitati, - che abbia avuto anche io quell’infortunio e allora eccomi nel terzo stato: scatta la saggezza di chi ci è passato già: eh, lo so... ci sono passato anche io. Certo, se mentre sono nel secondo stato (sono infortunato solo io) incontrassi il me stesso nello stato tre (eh lo so...) verrebbe naturale mandarmi vocalmente o col pensiero affanculo. Ma al me stesso che si trova nel terzo stato pare doveroso dispensare i consigli saggi e accorti su come superare in modo corretto l’infortunio che – non potrebbe fare a meno di sottolineare – ha avuto anche lui (cioò io).
Quando poi passa un mese e nessuno mi racconta di non poter correre perché si è fatto male, ecco che mi scordo tutto e torno nello stato uno (Si infortunano sempre gli altri) e quindi mi viene naturale dispensare nuovamente consigli saggi e accorti su come restare sani. D’altra parte io non mi infortuno mai...

Un aneddoto e una domanda su questa follia di runner:

Sul lettino accanto al mio una donna sui 35 anni, molto atletica. Dalla fascia che le avvolge il piede sinistro fuoriescono un paio di cavi. Sta parlando con la fisioterapista:
Donna molto atletica: “Oh, io senza correre non ci posso più stare...”.
Fisioterapista: “...”
Donna molto atletica: “No davvero, sennò vado fuori di testa!...”
Fisioterapista: “... ma ti fa male... ”
Donna molto atletica: “il sinistro, è un dolore fortissimo, l’altro invece no, comincia lentamente e sembra come il freno di una bicicletta che struscia...”
Non ho sentito la risposta della fisioterapista. Ho tolto il ghiaccio, mi sono rimesso la scarpa e sono uscito salutando.
Infortunato ma sollevato.


Questo evento mi ha fatto spuntare una domanda: ma ci sono psicoterapeuti specializzati in runners? Potrebbe essere un’idea profittevole: basterebbe essere in contatto con un fisioterapista o un centro di riabilitazione, i clienti non mancherebbero. Certo lo psicoterapeuta in questione dovrebbe anche essere un runner sennò non potrebbe asserire di comprendere i problemi interiori di un runner. Ti immagini un'indicazione del tipo: se la corsa per te comporta sofferenza allora tu prova a non correre... slam!, cliente perso.

sabato 21 settembre 2013

Oramai corrono tutti: anche Babbo Pig (chiamiamola recensione)

Continuando la mia caccia ai libri di narrativa intorno alla corsa (ne ho già catturati un'altro paio di cui vi parlerò in futuro, non appena li avrò letti) sono incappato in un altro colpo di genio: dopo Geronimo Stilton (Cos'è il genio - "Geronimo Stilton e la maratona più pazza del mondo") ecco l'imperversante e virale Peppa Pig!
Ovviamente non corre Peppa Pig ma il padre, Daddy Pig. Per inciso il libro è in inglese ma tant'è!, certo il testo non è difficoltoso. 
Ci tengo a segnalarvi che l'ho pescato nella piccola ma sorprendente fonte di libri per l'infanzia che è la Mandragora, il piccolo shop dentro palazzo Strozzi.
La morale? E' inquietante: oramai la corsa è così di moda che ne parlano tutti, ovunque e comunque. Meglio così.



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martedì 10 settembre 2013

Run to drink or Drink to run?, this is the question...

Premessa: mischiare la corsa con altre attività non sportive e soprattutto goliardiche l’ho sempre considerato disdicevole, infatti non ricordo di aver mai partecipato a eventi in cui la corsa, sia pur con fini specifici e superiori, non fosse l’oggetto unico dell’evento stesso.
A fine agosto Ema mi ha proposto di partecipare a un ritrovo organizzato per pubblicizzare un negozio di articoli per la corsa e il triathlon aperto recentemente. L’oggetto dell’iniziativa era quello di correre tutti insieme con due soste intermedie e una finale presso dei pub fiorentini per bere una birra. Il titolo, autoesplicativo, era Run to drink. La cosa non mi entusiasmava però ho accettato per non sembrare negativo e ho esteso l’invito anche ai miei compagni di corsa. La convinta accettazione di Giovanni mi ha definitivamente chiuso la porta a un successivo ripensamento.
Quindi martedì 3 settembre alle 19.30 ci siamo presentati davanti al negozio e lì ho cominciato a ricredermi: trovare un’atmosfera allegra e rilassata (nessuna competizione, solo passione comune e sorrisi), ritrovare amici, facce note, una collega giuntavi per chissà quali altri canali, essere in compagnia di Ema e Giovanni, tutti mischiati in una folla arancione, sì perché una delle condizioni era di avere, previa iscrizione, la maglietta arancione, che ti dava anche poi diritto alle bevute, è stato piacevole. E una macchia arancione di duecento persone che sfila lungo l’Arno, invade Ponte Vecchio, sciama per le vie del centro, si spande in piazza della Signoria, canta coretti goliardici, saluta festosa tutti coloro che incontra, ha fatto la gioia dei turisti che se ne stavano andando a cena per una Firenze oramai deserta.
Mentre mi stavo chiedendo come avremmo fatto, in duecento, a prendere una birra in un qualunque pub che notoriamente non sono ambienti particolarmetne ampi, siamo giunti alla prima sosta, un piccolo pub vicino a via Tornabuoni: si è creata una coda ingombrante ma festosa, non c’era nervosismo o antagonismo, siamo sfilanti lentamente nel locale, afferrando un bicchierone di plastica colmo di birra fresca e siamo usciti da un altro varco ritrovandoci di nuovo tutti e duecento arancioni all’esterno brindando e chiacchierando. Poi siamo ripartiti con un dubbio: cosa sarebbe successo a correre dopo aver appena bevuto all’incirca una lattina di birra? Pochi passi e siamo in piazza Duomo, proseguiamo il giro girovagando, più allegri, per le vie del centro fino ad arrivare all’arco di San Pierino dove ci attende la seconda sosta e la relativa bevuta, sempre con l’astuta soluzione logistica di entrare nel pub da un lato sortendone dall’altro. Poi di nuovo corsa, coretti oramai da seconda media, risate sempre più immotivate, saluti intraprendenti alle giovani straniere. Poi ritorno sempre più scomposto, gli organizzatori fanno fatica a trattenere il gruppo di testa che si lancia in scorribande velocistiche. All’ultima sosta ci avrebbe dovuto aspettare anche del cibo, alcuni di noi riescono fortunosamente ad arraffare un coccolo ripieno di prosciutto cotto e formaggio, insieme alla terza birra ma sono pochi. Poi via, sempre di corsa, fino al punto di partenza. Alla fine abbiamo percorso 9km, l’andatura non è di interesse ovviamente, ma è stato divertente, tutti salutano tutti, chiunque abbia la maglietta arancione è tuo fratello o sorella in spirito.
Spirito in senso lato, ma anche in senso specifico.

Morale: sempre mettere in dubbio le proprie convinzioni (io? Correre e bere birra?... non scherziamo)


Morale 2: correre è sempre correre e bisogna porre giusta attenzione a non farsi male, non tanto a causa del bere birra quanto del correre allegramente in una densa folla in stradine strette: basta urtare contro ostacoli resi invisibili dagli altri intorno a te, poggiare male il piede, inciampare in chi ti sta davanti, e ti ritrovi senza accorgertene con una storta a una caviglia. Quando corri due giorni dopo, avverti un fastidio ma non ci dai peso, poi a fine allenamento scopri che ti fa male e zoppichi... 

sabato 7 settembre 2013

Che bella scena non ho visto (solidarietà tra runners)

Cascine. Il sole è già sorto ma il viale lungo l’Arno è ancora tutto in ombra.
Una signora sui sessant’anni, con una tenuta nera piuttosto succinta, sta trotterellando con costanza.
Tre uomini e una donna camminano in senso opposto, formando una fila che taglia buona parte del nastro d’asfalto.
Una ragazza sfila silenziosa con la sua bici da corsa, i capelli riccioluti trattenuti da una passata.
Due uomini stanno correndo insieme, vanno veloci, staranno facendo le ‘ripetute’.
Duecento metri avanti a loro una ragazza di colore, robusta ma non grassa, corre piuttosto sostenuta, lo smartphone bianco al braccio sinistro, una visiera, anch’essa bianca, le trattiene le treccine castano scuro.
Qualcosa le cade. Un pacchetto di fazzolettini giace sull’asfalto, lei prosegue la corsa, non pare essersene accorta.
I due uomini si stanno avvicinando, quello con la barba è qualche metro dietro all’altro che pare aggiustare la traiettoria. Ma che fa? Senza fermarsi si piega e raccoglie il pacchetto verde da terra. Perde per un attimo l’equilibrio, continua la corsa aiutandosi con il movimento delle braccia per stabilizzarsi. La ragazza di colore è sempre un centinaio di metri avanti a lui, sta procedendo più lentamente di lui ma quando la raggiungerà? E se la sua ripetuta finisse prima di averla raggiunta, dovrebbe insistere per riuscire a completare il suo gesto cavalleresco. Non solo ha rischiato di cadere ma ora sta aumentando l’andatura staccando progressivamente il compagno e riducendo il distacco dalla ragazza. La affianca e lei senza dire niente porge la mano, come una dama che avvia una danza di corte con il suo cavaliere. Lui le passa il testimone, che lei stringe con forza. Lui, esaurito il suo compito non rallenta ma anzi prosegue superandola e si allontana.
Ciascuno dei due ha evitato di interrompere la sua corsa ma non ha potuto fare a meno di aiutare l’altro.
Che bella scena di solidarietà tra runners non ho visto.
Mi dispiace quasi non averla potuta vedere, magari da dietro, inquadrandola con un obbiettivo per averne un’immagine cristallizzata: le mani che si avvicinano, le suole delle scarpe sollevate in armonia, il viale alberato, ogni dettaglio illuminato dalla luce delicata del mattino.
“Grazie”, mi sorride quando mi raggiunge mentre trotterello riposandomi.
“Di niente”, le sorrido di rimando. “Ancora un minuto e si riparte!” dico a Giovanni. 

domenica 25 agosto 2013

Trek & Run (pre-preparazione iperattiva con appendice religiosa)

(Questo post è stato pensato e scritto a inizio agosto ma, per pigrizia e attività varie, l'ho rivisto e pubblicato solo adesso)

Ho dedicato il mese di luglio alla purificazione dalla corsa. Non che mi sia astenuto completamente ma mi sono limitato a uscite nel fine settimana mentre durante la settimana, con la scusa – vera – del caldo, ho deviato le mie attività sul nuoto (giugno e luglio in pausa pranzo: piscina scoperta da cinquanta metri... what else?...).
Arrivare pertanto d’agosto in montagna con temperature che permettono attività diurne è stata una festa: mediamente cinque ore di escursioni durante il giorno e, a giorni alterni, un dieci chilometri di corsa prima di cena sul fondo valle, tipicamente lungo la pista da sci di fondo (avevo architettato di aggiungere anche il nuoto ma l’unica piscina che ho trovato nei paraggi era completamente infestata dai bambini...).
Questo il mio ritiro estivo prima dell’inizio della preparazione per la maratona autunnale.

Insomma, - ho realizzato nel silenzio di un’ascesa mattutina – luglio è stato il mio Ramadan della corsa e adesso che sono in montagna posso festeggiare la mia Aid!

La similitudine non vuole in nessun modo essere irrispettosa nei confronti dei credenti di religione musulmana: avrei potuto fare il parallelo con la quaresima con la stessa leggerezza ma nel rispetto della credenza, in quel caso, cristiana. Solo che in questo periodo non siamo in vicinanza della Pasqua mentre ho vari amici che nel nostro mese di luglio stavano osservando le indicazioni per il Ramadan (che come molti sanno è un mese, come per noi potrebbe essere febbraio, solo che essendo i mesi del calendario arabo lunari non coincidono con quelli del calendario gregoriano e slittano ogni anno di vari giorni così che, con il passare degli anni,  accade che il mese di Ramadan caschi in stagioni diverse).
Una considerazione stupida: una cosa è pensare a dei dettami in astratto mentre tutt’altro è sapere che delle persone che conosco direttamente, degli amici, stavano in quei giorni di caldo estremo non solo senza mangiare ma anche senza bere dall’alba al tramonto, pur avendo un lavoro, dei figli, insomma una vita normale da condurre.
Mi sono sentito stupido per aver paragonato delle sciocchezze con delle cose serie (si parva licet componere magnis, si chiedeva retoricamente Virgilio) però ormai le avevo pensate e, come d’abitudine, mi è parso naturale condividerle.


Nota sulla foto: l’anno scorso avevo fotografato scarponi e scarpe diverse: nel frattempo gli scarponi, dopo dieci anni di silenzioso servizio, si sono aperti come la bocca di un coccodrillo (immaginatevi un 47 a cui si apra la suola) mentre le Salomon da trail avevano neanche duecento chilometri ma già quattro anni e mi avevano stufato. 

mercoledì 21 agosto 2013

Il killer delle maratone (recensione assolutamente negativa)

Premetto che mi piace leggere romanzi e racconti che abbiano a che fare con la corsa, pertanto alla segnalazione su RW di agosto di questo giallo non ho resistito e mi sono precipipato ad acquistarlo prima di partire per le vacanze. Va ad aggiungersi sullo scaffale della mia biblioteca dedicato alla Corsa e tanto mi basta.

In estrema sintesi: da non leggere.

Volevo limitarmi a un commento lapidario però non vorrei pensaste che fosse solo una questione di gusto personale e quindi vi aggiungo qualche notazione oggettiva:

Il protagonista: tormentato ex-campione di boxe, a cui è stato “rubato” l’oro a Seul, omosessuale, con compagno in questo frangente in coma a cui il sistema sanitario nazionale minaccia di “staccare la spina”, con un agente di fiducia di colore (ex cestista di successo), appassionato di musica (colleziona chitarre e appena può ne suona una), prima della fine riesce a salvare due orfani rom da una vita di disgrazie.

La trama: debolissima, si annuncia che è un caso seriale già alla prima occorrenza, i capi sono stupidi e politicanti opportunisti, si procede per coincidenze fortuite: non c’è incontro che non riveli un nesso (casuale) con il caso in questione (a dire la verità lo diceva già anche la quarta di copertina, ad averla letta).

Lo stile: linguaggio scialbo e stereotipato, hard-boiled di quart’ordine. E poi non se ne può di un protagonista che “canticchia” il pezzo giusto ad ogni occasione, anche qui l’autore se ne approfitta inserendo estratti di canzoni troppo frequentemente.

Concludendo, l’idea di partenza era simpatica però non è corretto che autore e editore si approfittino così della buona disposizione dei lettori/runners. Ripeto: ci sono ben altri libri intorno alla corsa che meritano di esser letti in quanto libri (ne ho menzionato qualcuno già in passate recensioni, ho elencati alcuni romanzi nella colonna a sinistra e ne parlerò ancora in modo più diffuso).

Paolo Foschi
Il killer delle Maratone
e/o
2013





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sabato 27 luglio 2013

“Correre con il branco”, recensione di un libro che non c’è (ancora)

Premetto che si tratta di un libro non ancora uscito in italia. Non è snobismo: è che non potevo aspettare che uscisse (ammesso che prima o poi esca) in italiano.(*)

Mark Rowlands è un filosofo che corre, ha corso per tutta la sua vita e per cui correre e pensare sono inscindibili.
La sua duplice competenza gli permette di affrontare l’argomento “corsa” in Running with the pack (letteralmente “correre con il branco”) con la giusta leggerezza e la dovuta serietà.

Innanzitutto la lettura è piacevole, si tratta di narrativa e non di un saggio filosofico. Il libro è costituito da una raccolta di racconti che, tenendo come linea conduttrice la partecipazione impreparata ad una maratona, ripercorrono vari momenti della vita del protagonista che intrecciano inestricabilmente la filosofia, l’amore per i cani e la corsa.

La parte che mi ha interessato maggiormente e di cui vorrei rendervi partecipi, invitandovi a approfondire la questione, è la categorizzazione delle fasi del pensiero durante la corsa individuati da Rowlands:
- Fase spinoziana
- Fase cartesiana
- Fase humiana
- Fase sartriana

La fase spinoziana è la fase iniziale, quella in cui sono acutamente sensibile a ogni parte del mio corpo, ogni minima dissonanza, ogni percezione anomala in un polpaccio. Sono un tutt’uno, un amalgama indivisibile di mente e corpo in azione, come immaginato da Spinoza.

Fase cartesiana: è il momento del dualismo tra corpo e mente, in cui il corpo è chiaramente percepito dal mio “io” pensante come cosa altra, distinta. È in questa fase che “io” cerco, con obbiettivi specifici o ingannandolo con argomentazioni raffinate, di spingere il corpo a compiere azioni o sforzi per i quali parrebbe recalcitrare. Il corpo non è più parte integrante di me ma semplicemente qualcosa che sto usando per arrivare dove voglio andare. Ma è una fase precaria: il corpo può facilmente ribellarsi e diventare da schiavo a padrone... in ogni caso si tratta di una fase agitata.

Ad un certo momento, senza che me ne accorga, correndo, la distinzione tra corpo e mente viene dimenticata, e pensieri spuntati da chissà dove mi sorprendono e mi ci abbandono. È la fase humiana. È in questa fase che posso pensare un racconto che poi trasferirò su carta non appena sarò rientrato a casa (certe volte ho preso appunti anche prima di fare la doccia per timore di dimenticarmi i dettagli, come quando al risveglio si potrebbe scordare il sogno fino a  quel momento chiarissimo). Il filosofo scozzese David Hume afferma che ogniqualvolta cerca di addentrarsi in se stesso si imbatte in pensieri, sensazioni, emozioni, o in quello che l’autore definisce “stati mentali”. L’ego che comanda si dissolve, non c’è più una mente pensante ma vengo disperso in pensieri che arrivano da non so dove e spariscono altrettanto facilmente chissà dove. Quelli che l’autore chiama “pensieri danzanti”.

La corsa lunga può essere vista quindi come lo svolgersi di un processo in cui il me stesso prima incarnato in un unicum si trasforma progressivamente in una contrapposizione duale cartesiana per poi trasfondersi in pensieri danzanti.
Ma una corsa non si sviluppa necessariamente nelle varie fasi in questo ordine, talvolta non tutte le diverse fasi si manifestano oppure lo fanno in ordine diverso.
Ma quando ciò avviene, questo è il nocciolo della questione per l’autore, io mi sto addentrando sempre più profondamente nel “cuore pulsante della corsa” e il mio me stesso evapora.

E quando l’autore pensa che questa dissoluzione del se stesso nelle varie fasi abbia raggiunto il culmine ecco che si rende conto di essersi sbagliato che c’è un’ulteriore fase che va oltre. Nella fase humiana sebbene io non distingua più un essere pensante da uno non pensante, sono comunque tentato dal riconoscermi nei pensieri, nelle sensazioni. Io sono qualcosa.

Ecco la fase ulteriore, la fase Sartriana. Secondo il filosofo esistenzialista Jean-Paul Sartre la consapevolezza è consapevolezza di qualcosa, non ha contenuto in se stessa. E questo qualcosa, non necessariamente qualcosa di fisico, è comunque frutto di interpretazione umana. In ogni caso è qualcosa fuori da me stesso.
In quest’ultima fase, l’autore si rende conto che questi pensieri, queste sensazioni riguardano “cose” al di fuori di sé e che comunque non hanno alcun potere su di sé: non ci sono ragioni che possano fermarlo. Qui l’autore si addentra in una distinzione piuttosto complicata tra ragioni e cause (come per esempio la rottura di un tendine, che invece possono fermare la sua corsa).
Ho volutamente descritto quest’ultima fase evitando la prima persona e il “me stesso” perché ammetto che, mentre riconosco di aver esperito le prime tre fasi descritte, quest’ultima mi resta incompresa.

Mi sono soffermato in passato sull’evoluzione o comunque sul modificarsi del mio pormi nei confronti di me stesso durante il prolungarsi della corsa (come per esempio l’utilizzo a fini narrativi dei pensieri occorsi in corsa in Correre è una cosastupida), avevo addirittura proposto (in Cosa penso quando corro la maratona e in Verso la maratona - Pillola 5: L’atteggiamento mentale in gara) una strategia mentale per le varie fasi della maratona, suddividendola proprio in accordo a quello che il mio me stesso sarebbe stato portato a fare: una prima fase di iperconsapevolezza che potrei assimilare a quella “spinoziana”; una seconda fase di conduzione del mezzo fisico, squisitamente “cartesiana”; una fase in cui sento il bisogno di fare particolarmente attenzione al controllo, proprio perché tale controllo verrebbe naturalmente meno, in corrispondenza di una fase di pensieri danzanti, proficuamente utilizzabili in allenamento ma da gestire in modo opportuno durante una gara; per poi arrivare alla fase finale in cui tutto viene meno e non resta che resistere. Mi ha sorpreso la sia pur rozza somiglianza della esperienze di individui fisicamente e culturalmente così distinti: l’unico tratto comune resta la corsa. Ed questo che avvalora le tesi proposte dall’autore.
Menzione a parte merita la riflessione sul valore della corsa in sé, che è appunto il tema centrale del libro: la corsa, in quanto “gioco” e non “lavoro”,  non è un tramite per raggiungere un altro valore. Ne discende – è la tesi dell’autore – che sia un valore in sé.
Come solo chi corre può capire.
Ma non vale la pena insistere su questo punto che sconfina in ciò che uno crede, quasi come si trattasse di una convinzione religiosa: in generale cerco di evitare di discutere con un amico di religione e di politica: è impossibile convincere l’altro, si rischia solo di offuscare un’amicizia. E io considero a suo modo amico colui o colei che sta leggendo queste parole.
Oltretutto non sento la necessità o l’importanza di sapere che la corsa è un valore in sé: tanto mi piace correre lo stesso!...

Conclusione: un libro da leggere, che inspira amore per la corsa e per gli animali oltre che far venire voglia di pensare. Correndo, ovviamente. 

Mark Rowlands
Running with the pack (thoughts from the road on meaning & mortality)
Granta Books, UK
2013



(*) Buone nuove: giorni fa un collega e amico che ho incrociato alle cascine mi ha chiesto se ero io a avergli parlato di "Correre con il branco"... l'aveva visto in libreria...


Effettivamente è uscito in italia il 23 settembre 2014: finalmente!

Mark Rowlands
Correre con il branco
Mondadori, Strade Blu Saggi 
2014